di CHIARA CHIEGO –

“L’aria te lu trainieri è lu cavaddu,
lu preggiu te la donna è lu capellu.”
Così cantavano i carrettieri che all’alba, nella penombra della campagna salentina, si recavano nei terreni per iniziare una lunga giornata di lavoro e fatica.
Con il diffondersi della viabilità anche in Salento, durante l’Ottocento, il carretto divenne uno dei mezzi di trasporto più comuni e utilizzati sia da quella fetta della popolazione più povera e rurale, ma anche da quei nobili e nuovi arricchiti, che occupavano i diffusissimi villini di campagna dai giardini curati e i colori vibranti.
Nel dialetto locale, il carretto utilizzato per il trasporto delle merci – soprattutto durante il periodo della vendemmia – veniva chiamato “traìnu” ed era una piccola opera d’arte realizzata dai maestri d’ascia locali: aveva alte sponde e il largo pianale si trovava su due grandi ruote capaci di affrontare i terreni più scoscesi. Grazie a due stanghe di legno, veniva attaccato il cavallo, vero motore di una volta. Per preservare la struttura dai danni causati dal sole, e per rendere il carretto ben visibile e riconoscibile, veniva spesso decorato con colori vibranti, quali azzurro, verde, rosso e giallo. A volte ogni zona aveva dei decori caratteristici che venivano ripetuti. Bilanciatissimi, una loro versione più piccola destinata al trasporto delle persone, veniva chiamata in dialetto “sciarabbà” – dal francese “char à bancs” che significa carro con le panche – utilizzata soprattutto per il trasporto dei lavoratori nelle campagne.
Alcuni anziani ancora ricordano il grande rumore che questi mezzi procuravano durante il loro cammino, quasi un suono avvolgente e ripetitivo, che spesso segnalava la loro presenza e cullava gli ascoltatori. Per accompagnare tale suono e più spesso per accompagnare la propria solitudine, i carrettieri cantavano: nei loro canti, oggi quasi sconosciuti, si narravano gesta di amore e le difficoltà del lavoro. Il cavallo, l’asino, il mulo, diventavano i compagni a cui rivolgersi per cercare conforto nei lunghi spostamenti, e talvolta il conducente li invitava a fare uno sforzo per superare un ostacolo presente sul percorso. Il suono ritmato delle ruote che scorrevano nei solchi profondi dei “tratturi” – le antiche strade sterrate -, diventava quasi il ritmo di una percussione, su cui il carrettiere imbastiva i propri canti. In un periodo storico in cui la lentezza e la fatica erano le vere costanti della vita, non è difficile pensare a come il canto fosse una forma di sfogo e di intrattenimento per chi lo eseguiva, e per chi lo ascoltava.
Grande testimone di questa tradizione orale, è stato l’indimenticato cantore Uccio Aloisi, che spesso nelle interviste rievocava il ricordo del padre e degli altri uomini da lui conosciuti, che erano soliti cantare nel torpore dell’alba, i canti di lavoro della propria terra.