Foto di Bernard Gagnon –
di CHIARA CHIEGO –
Sìmu leccesi core presciatu
Sòna maestru arcu te Pratu
Così cantava Bruno Petrachi, indimenticato protagonista della musica folk salentina – e leccese in particolare -, in una delle sue canzoni più celebri, dedicata appunto all’ Arcu te Pratu.
O meglio, in questo brano il celebre stornellatore, narrava una delle leggende più divertenti che riguardano la Città di Lecce e che riesce a mostrare pienamente l’orgoglio e il carattere irriverente dei suoi abitanti.
Va innanzitutto spiegato cosa è l’Arco di Prato: tra i vicoli del centro storico barocco, passando da Piazza Sant’Oronzo e dirigendoci verso Porta Napoli, si può incontrare una costruzione ormai quasi dimessa; un arco a tutto sesto, elegante e segnato dal passaggio del tempo, che fa da ingresso ad una piazzetta che porta il suo nome. Sulla sommità sono ancora visibili gli antichi stemmi della città e della famiglia Prato.
In questa corte si affaccia infatti il palazzo della antica famiglia Prato, che ha dato i natali al celebre Leonardo, capitano dell’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani che nel 1479, diede sfoggio di grande coraggio e ingegno durante la battaglia di Rodi contro i Turchi. Fu talmente importante, che il Papa lo volle a suo servizio in tante successive battaglie. Ebbe così tanti meriti militari, che alla sua morte, fu seppellito nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia, e in suo onore fu eretta una statua equestre.
Tale personaggio era notissimo a Lecce, tanto che la sua memoria veniva celebrata ancora dopo svariati secoli. Ed è proprio ad uno di questi richiami alla memoria del valente condottiero, che è dedicata la canzone di Petrachi.
La leggenda vuole che nel 1797 il re Ferdinando IV di Borbone, visitò Lecce in occasione delle nozze del principe Francesco con Maria Clementina d’Asburgo; durante il tour della città, il sindaco lo condusse di fronte allo storico arco, dicendo: “Maestà, questo è l’arco di Prato” e il re, con perfetto napoletano rispose: “Me ne fotto”.
Conclusa la sua visita, il Re Ferdinando si recò in piazza Duomo per i saluti, ma la popolazione non si presentò. Con spirito, il primo cittadino consolò il sovrano dicendogli che dopotutto “Lecce è città de arte, se ‘nde futte de ci rria e de ci parte”.
Non ci è dato sapere il commento del re, né se questa storia sia realmente accaduta. Di sicuro vi è che resta un testamento al vivace temperamento dei leccesi, sempre pronti a proteggere la propria storia e i propri eroi.
