di EMANUELA BOCCASSINI –
Dopo due settimane lontana, il Salento mi accoglie con una giornata stupenda: il sole, alto nel cielo azzurro (che non è scontato!), mi accarezza con delicatezza e rende il freddo meno pesante. È un benvenuto silenzioso, ma preciso, che mi mette di buon umore.
Tornare a casa, per me, non è mai un semplice rientro. È riconoscere una curva della strada prima ancora del cartello, sapere dove il marciapiede è rotto, anticipare il saluto del vicino prima che apra bocca. È rientrare in un linguaggio fatto di dettagli minimi, che non si spiegano: si abitano.
Non siamo tutti uguali, per fortuna. C’è chi non avverte il senso di appartenenza e girovaga per il mondo sentendosi parte di tutto. E c’è chi, dopo aver sperimentato l’altrove, ritorna volentieri a casa propria. Io appartengo a questa seconda categoria. Mi piace viaggiare, conoscere posti, tradizioni, popoli, cibi nuovi, ascoltare accenti diversi, osservare come cambiano i gesti quotidiani da un luogo all’altro. Ma poi fremo per poter tornare nei luoghi a me familiari, quelli che mi riconoscono sempre, quelli in cui mi sento a mio agio. Sì, lo ammetto: sono salentina, fiera di esserlo.
Il mare – anzi, i mari – con i loro colori diversi, che cambiano anche a seconda del vento e dell’ora del giorno. I profumi delle nostre spezie e dei nostri cibi. L’aria che si respira qui. La cordialità della gente, fatta di saluti spontanei e chiacchiere che nascono dal nulla. Scendere di casa e trovare persone che passeggiano anche d’inverno, come se il freddo non avesse l’ultima parola.
Poter guardare dalla finestra il tramonto, con le sue policromatiche variazioni di luce. Vedere il campanile del Duomo dalla terrazza del mio appartamento e gli edifici che mi accompagnano attraverso epoche e popoli: dai Messapi ai Romani, ai Bizantini, fino alle chiese di secoli che raccontano una storia stratificata, mai finita, ancora viva.
Anche se amo partire, torno. Non per chiudermi, ma per ritrovarmi. Perché alcune case non sono solo luoghi: sono punti di partenza che ti aspettano. Ma sarebbe disonesto fermarsi agli aspetti positivi, alla bellezza oggettiva di una terra bagnata da due mari, famosa per gli ulivi – anche se di recente ne ha persi tanti – e antica di un fascino ancestrale. Il Salento è anche una terra che spesso non sa prendersi sul serio fino in fondo. Ha potenzialità enormi, ma non sempre riesce a trasformarle in possibilità reali. È un luogo che accoglie, ma che a volte non sa trattenere. Che promette, ma non sempre mantiene. Dove le occasioni si intravedono, più che offrirsi davvero. Vivere qui significa fare i conti con i limiti di una terra del Sud: meno opportunità, più fatica a costruirsi un futuro, una certa rassegnazione che ogni tanto si sente nell’aria. Non è il posto in cui tutto è facile. È il posto in cui, spesso, devi inventarti il modo di restare senza smettere di desiderare altro.
Forse questo, per me, significa appartenere a un luogo: poter partire senza sentirmi sradicata. Sapere che, ovunque vada, c’è una casa che mi resta dentro. Viaggiare senza perdere il punto da cui ripartire. Forse è anche per questo che appartenere a un luogo non è sempre comodo. Perché l’amore vero non è cieco: vede i difetti, li nomina, ci convive. A volte il Salento è una carezza, altre un richiamo che ti trattiene proprio quando vorresti scomparire un po’. Non è solo conforto: è anche specchio. Ti rimanda a chi sei stata, a chi sei diventata.
Eppure, nonostante tutto, torno. Non perché qui sia perfetto, ma perché è mio. Perché chi ha il senso dell’appartenenza non cerca un luogo senza difetti: cerca un luogo che riconosce, anche quando lo mette alla prova. Il Salento non è solo un posto sulla mappa. È un rimanere. Non immobilità, ma scelta consapevole di tornare. Un andare che sa tornare. Un modo di stare nel mondo con i piedi qui e lo sguardo altrove. È il posto che ti lascia andare, ma che continua a chiamarti, anche quando vorresti far finta di non sentire.
