di EMANUELA BOCCASSINI –
Ore 7:15. Sono partita da Lecce alle 4:15 per andare a Ferrara e compiere uno di quei viaggi che sanno di “spedizione mammesca”. Salvataggio figlia fuori sede: operazione rifornimento di affetto e cibarie. Ho lasciato la mia terra avvolta dalle tenebre per raggiungerne una a me estranea, eppure affascinante e invitante.
Appena uscita dall’aeroporto di Bologna, direzione Ferrara, mi ha accolto un cielo talmente grigio da sembrare notte. Non una sfumatura incerta, ma un grigio compatto, deciso. La pioggia mi sferzava il viso come mille aghi sottili e il freddo pungente ha fatto il suo dovere, convincendomi a indossare il giubbotto che fino a quel momento avevo tenuto sul braccio, con un ottimismo forse eccessivo.
Seduta su una panchina ad aspettare l’autobus, una ragazza si è avvicinata per chiedere se quello fosse il punto di partenza per le altre città. Le abbiamo risposto in coro un’altra ragazzina seduta accanto a me e io. È bastato sentirle pronunciare una sillaba per accendermi la gioia negli occhi.
“È salentina”, ho pensato subito. Una compagna in terra straniera. In certi momenti non servono presentazioni, basta un accento. È come riconoscersi a distanza, come dire senza dirlo: “vengo da dove vieni tu”. In mezzo a cappotti chiusi fino al mento e sguardi bassi, quella cadenza familiare ha aperto uno spiraglio inatteso.
Le ho chiesto da dove venisse. Galatone. Ho sorriso. La signora alla mia sinistra è intervenuta: Lequile.
Il Salento, ho pensato ancora, si fa vedere e si fa sentire anche qui, sotto un cielo che non gli appartiene del tutto. Abbiamo chiacchierato un po’ e la ragazza di Galatone mi ha raccontato che lei da Ferrara è scappata. Per varie ragioni. Un clima difficile, non solo meteorologico, e una sensazione di distanza che, a volte, pesa più del freddo.
Abbiamo convenuto su una cosa: il grigio non è tutto uguale. Quello del Nord è intenso, compatto, quasi definitivo. Il nostro, anche quando è grigio, resta salentino. Ha la luce dentro. Forse è una questione di abitudine alla luminosità, o forse di memoria. Al Sud il cielo, anche quando si rabbuia, lascia sempre intravedere la promessa di una bella giornata. Qui invece il grigio sembra incombere su tutto lo spazio, senza concessioni di sorta. Ti entra addosso e ti chiede di farci i conti.
Qui si possono ammirare distese di prati, e non di ulivi, strade più larghe, tetti spioventi, edifici imponenti rispetto alle case basse e raccolte del Salento. Eppure appaiono vuoti, silenziosi, come se tutto fosse in pausa. Non è una critica, è una percezione: un modo diverso di abitare lo spazio e il tempo. Camminando per Ferrara ho avuto la sensazione che il silenzio fosse una scelta, non un’assenza. Come se la vita scorresse altrove, dietro porte chiuse, dentro orari precisi. Una riservatezza che può apparire distanza, ma che forse è solo un’altra grammatica delle relazioni.
In quel breve scambio, sotto la pioggia, non c’era nostalgia né rivendicazione. Solo il riconoscimento silenzioso di chi sa che le radici non si perdono, cambiano solo terreno. Per qualche minuto, sotto la pioggia e il cielo scuro, il Salento aveva trovato il modo di riconoscersi. Anche lontano da casa.
