di EMANUELA BOCCASSINI –

ci sono frutti che hanno fatto un viaggio senza muoversi dalla loro terra. Sono rimasti nei campi, magari in pochi esemplari, mentre intorno cambiavano i modi di coltivare, i gusti, le abitudini e le esigenze del mercato. Alcuni sono diventati rari, altri sono spariti dalle tavole, altri ancora sono rimasti soltanto nei ricordi di chi li aveva conosciuti.

È una forma particolare di partenza: non quella di chi lascia il Salento per cercare altrove il proprio futuro, ma quella, più silenziosa, di ciò che poco alla volta smette di appartenere alla vita quotidiana.

Eppure qualche volta succede il contrario. Qualcuno si mette a cercare, studia vecchi testi, percorre le campagne, ascolta i racconti di chi quei frutti li ricorda. E così una varietà può tornare a essere coltivata, un sapore può ricomparire, un nome può uscire dalla memoria di una famiglia e tornare a essere pronunciato.

È in questo spazio, tra ciò che si perde e ciò che può tornare, che si inserisce il lavoro di Francesco Minonne. Biologo, pomologo e uomo profondamente legato alla terra, da anni studia le antiche varietà frutticole del Salento e cerca di riportarle nel presente. Non per ricostruire un mondo che non esiste più, ma per capire se quello che abbiamo lasciato alle spalle possa ancora avere qualcosa da dirci.

Perché recuperare un frutto non significa soltanto salvare una pianta. Significa recuperare una possibilità: ritrovare un sapore, ricostruire un pezzo di storia agricola, conservare un sapere, restituire un nome a qualcosa che rischiava di perderlo. E soprattutto permettere a chi non l’ha mai conosciuto di incontrarlo per la prima volta.

Francesco viene da una formazione agraria e botanica e da una famiglia profondamente legata alla terra. Per anni ha lavorato sul recupero delle antiche varietà frutticole e oggi, attraverso Ruralia, conservatorio botanico vivo, continua quella ricerca trasformandola anche in divulgazione. Ha censito numerose varietà di frutti salentini e ha contribuito a costruire una memoria che non è fatta soltanto di nomi, ma di forme, sapori, storie e luoghi. Perché una varietà non scompare soltanto quando muore l’ultimo albero. Può scomparire anche quando nessuno sa più riconoscerla.

Nel tempo molte varietà sono state sostituite da frutti più grandi, più produttivi, più facili da commercializzare o semplicemente più vicini ai gusti del mercato. Altre sono rimaste confinate a pochi alberi, conservate quasi inconsapevolmente da chi continuava a coltivarle. E insieme alle piante rischiano di perdersi anche le parole che le indicavano, i gesti necessari a coltivarle, i modi di mangiarle e le storie che le accompagnavano.

Per Francesco, però, recuperare tutto questo non significa guardare al passato con nostalgia. Questa esiste, naturalmente, ed è anche un motore affettivo. Ma fermarsi lì significherebbe ridurre il senso della ricerca. Il punto è un altro: riportare nel presente qualcosa che il presente ha dimenticato.

La ricerca di Francesco mostra che questa memoria può essere conservata anche in luoghi apparentemente lontani dall’agricoltura. È il caso del Barocco leccese, nelle cui decorazioni riconosce forme e frutti che appartenevano al paesaggio e alla vita quotidiana del territorio. Non sempre è possibile arrivare a identificare una varietà con certezza. Alcune presenze, però, sono particolarmente riconoscibili, come la susina Pappacoda, dalla caratteristica forma a cuore, individuata da Francesco nelle decorazioni di Santa Croce e del Duomo. E poi c’è l’azzeruolo, un frutto oggi quasi scomparso dai mercati, ma che un tempo doveva avere una diffusione molto maggiore se viene nominato in un volume famoso nel Settecento. È un esempio concreto di come un frutto possa uscire dalle abitudini, dai mercati e perfino dal linguaggio quotidiano e continuare, nonostante tutto, a lasciare tracce.

In un libro, in una decorazione, nella memoria di qualcuno. E da quelle tracce può cominciare un nuovo viaggio. È forse questa la parte più interessante della ricerca di Francesco: scoprire che il territorio conserva più di quanto immaginiamo, anche quando noi abbiamo smesso di individuarlo. Ed è qui che il viaggio di ritorno cambia significato. Riportare un frutto antico sulle nostre tavole non significa necessariamente voler mangiare come mangiavano i nostri nonni. Significa scoprire che esistono possibilità che abbiamo smesso di considerare.

Francesco lo vede soprattutto quando lavora con i ragazzi. Li coinvolge attraverso l’assaggio e osserva come, davanti a un sapore che non conoscono, la curiosità possa prendere il posto della diffidenza. È un dettaglio che dice molto.