di CHIARA CHIEGO –

Il rumore secco della polvere sotto le suole, il fresco dell’umidità che avvolge lentamente il viso mentre si scende sempre più in basso, sempre più vicini all’acqua, accolti da un’ombra carica di memoria e qualche mistero.

La storia dell’antico Fonte Pliniano è molto conosciuta nel territorio tarantino: la grotta dal diametro di circa quindici metri ed alta nove, custodisce la sorgente d’acqua che Plinio il Vecchio descrisse nella sua Naturalis Historia come un fonte nel quale il livello dell’acqua presente nella vasca rimane sempre costante, non importa quanta acqua ne venga tolta. Al centro della grotta circolare si trova un semplice pozzo in pietra, mentre delicati giochi di luce piovono dall’alto, filtrati deliziosamente dalle foglie del mandorlo che si erge dal lucernario. Di epoca preromana, Lu Scegnu (chiamato così nel dialetto locale, forse dall’antica lingua messapica) è da sempre una risorsa idrica estremamente importante.

Tra i racconti che lo riguardano, spicca la leggenda della chioccia: all’interno dell’ipogeo pare sia nascosto un tesoro composto da una chioccia con dodici pulcini in oro massiccio. Per ritrovarli bisognerebbe però dare vita ad un macabro rituale: sgozzare un bambino o convincere una donna incinta a rimanere con un serpente stretto sul seno che sparirebbe una volta trovato il tesoro. Queste storie deriverebbero dal racconto di una regina messapica, che nascose i propri averi in un pozzo per non farli cadere in mani nemiche.

Leggenda vuole che prima di partire in battaglia, gli abitanti fossero soliti appendere dei tralci di mandorlo realizzati in oro sui rami del vero albero che sovrastava il lucernario. Similmente appendevano il bottino di guerra ai rami del mandorlo, guardato dalla misteriosa “cerva sacra” (o cerva regia “cervarezza”). Mitologico animale visto come una divinità protettrice delle antiche foreste che ricoprivano tutto il territorio. Nel tempo il Fonte Pliniano è stato sicuramente luogo di culto, talvolta associato a ninfe e divinità acquatiche: il potere salvifico dell’acqua è un altro tema imprescindibile dei racconti. In passato i medici erano così convinti delle proprietà curative della sorgente, che ne prescrivevano l’utilizzo per curare febbri, malattie renali, impotenza, tanto che la sua fama lo fece diventare una tappa del Grand Tour nel Settecento.

Molti audaci condottieri passarono per il Fonte: da Annibale che fa provvista d’acqua per la guarnigione cartaginese durante il lungo assedio di Quinto Fabio Massimo, al re spartano Archidamo III che sotto le mura megalitiche dell’antica Mendonion (Manduria) trovò la sua fine dopo un assedio nel 338 a. C. Fu sicuramente sepolto con tutti gli onori, come richiesto dal suo rango, per questo si narra che le sue spoglie e i suoi tesori, siano stati posti in un punto imprecisato vicino alle imponenti mura messapiche, e lì attendono ancora di essere scoperti.

Il Fonte si trova all’interno del Parco Archeologico delle Mura Messapiche di Manduria ed ha spesso fatto da cornice ad eventi culturali e turistici, rimanendo sempre al centro dell’interesse cittadino. Al momento il Parco risulta ancora chiuso a causa dei lavori di valorizzazione e ripristino. Speriamo che presto possa riaprire il suo scrigno colmo di storia e magia.